no men no children no dogs credo che la filosofia punk sia rassumibile nel motto che Johnny Rotten ha mutuato da Oascar Wilde: "fallo, e vedi cosa riesci a provocare."
La questione è che a me questi tizi che giungono nella mia casa all’improvviso ricordano il modo in cui ho sempre immaginato l’irruzione dei soldati tedeschi nella soffitta di Anna Frank. Ma non hanno dei modi violenti, probabilmente sono ancora influenzata dalla lenta freddezza della squadra di Nikita, di cui ho appena visto l’ennesima brutta puntata in tivù. Nello squadrone c’è chiaramente una donna: è quella che ha l’aria più distaccata di tutti, mentre ci tiene il fucile puntato sulla faccia.
La questione è che adesso sono loro a dettare la legge: questi tizi che ricordano la squadra di Nikita e che ci vogliono morti come i soldati tedeschi. Noi siamo ancora in casa nostra ma non siamo più liberi di muoverci come ci pare: dobbiamo starcene qui, seduti attorno al tavolo del salotto come per una riunione di famiglia, nell’attesa di farci ammazzare.
Perché è questo che faranno, oh sì, ci ammazzeranno.
La questione è che io non ho un cazzo paura di loro. Non ho paura di morire. Tanto lo so che dopo questa morte inizierò un’altra vita e che in qualche modo esisterò ancora. Sono solo infastidita. Proprio non mi va di ricominciare da zero, tutto quanto, un’altra volta. E se nella prossima vita dovessi scordarmi che suonavo la chitarra? O forse potrebbe andarmi meglio di quanto è successo: potrei decidere di farlo molto prima, questa volta, da bambina. E tuttavia, non voglio che siano altri a decidere la fine di questa mia vita. Perché dovrei lasciare che mi sparino un colpo attraverso il cervello? Ci sono modi meno brutali di passare allo stadio successivo.
La questione è che deve accadere comunque: tanto vale iniziare ad accettarlo. La questione è che adesso devo prendere tempo, per avere il modo di decidere come IO preferisco morire e per cercare di attuarlo prima che lo facciano questi stronzi per me.
Ci ho pensato su a lungo, senza rendermi conto che ci stavo pensando. Ho deciso che è questo, il segreto. Non gli ho ancora permesso di diventare un problema. Ci ho pensato su a lungo, mentre pensavo ad altro.
(Me lo disse qualcuno di poco importante, ma quello che disse lo rese importante. Lo disse in un tempo che scrisse il resto del tempo, quando i giorni e le ore non scorrevano mai. Mi disse “non devi sfinirti a sondare una questione importante.” Disse che, se è davvero importante, “il tuo cervello continuerà a elaborarla anche se non le presti attenzione.”)
Ci ho pensato su per tutto il tempo in cui stavo dormendo, sognando qualcos’altro. Ho deciso che non posso farlo. Non voglio che il mondo sappia quello che stiamo facendo – prima che lo sappiamo noi. Ci guarderanno passare. Si volteranno e non ci troveranno più. Applicheranno le loro equazioni alle nostre vittorie e i momenti di sconforto saranno un brutto telefilm.
Ma io ho la soluzione.
(IO ho deciso che fosse importante. IO ho deciso che fosse il momento.)
Vorrei che adesso vi raccoglieste attorno a me e partecipaste al mio dolore, perché il mio amico Gino è morto.
Gino era un camionista e viveva lungo l'Autosole. Ci viveva insieme a Rita, che era il suo più grande amore. Rita era il suo camion e Gino non la lasciava mai uscire dall'area di servizio Cantagallo, dove si erano incontrati. Come ogni uomo che ami troppo una donna, Gino teneva Rita imprigionata nel suo cuore.
Gino diceva che i camion sono come le donne e come tali devono essere trattati. Dev'essere per questo che lasciava sempre in giro sul cruscotto enormi latte di fagioli, nella speranza che si cuocessero da sole. Ma i fagioli non si cuocevano mai e Gino finiva sempre con l'imprecare contro Rita, scofandandosi un Camogli. Che accompagnava con un'immancabile bottiglia di grappa Sturoduro, che per le sue budella - diceva - era come una benedizione. Nel vero senso della parola.
Gino aveva la cirrosi e, quando la guardia medica accorsa da Roncobilaccio in seguito a un collasso gli aveva intimato di smettere di bere, per Gino la vita era finita. Ma poi aveva scoperto la grappa Sturoduro. Gino diceva che la producevano dei frati in un convento di Pontremoli e che quei frati non facevano altro che pregare e distillare grappa, tutto il giorno e anche la notte. Diceva che in quel convento con la grappa ci riempivano l'acquasantiera e che la usavano per battezzare i bambini. Diceva che essendo benedetta non poteva fargli male. Ma Gino a Potremoli non c'era mai stato, perché non era mai uscito dall'area di servizio.
Ho conosciuto Gino circa quattro anni fa. Stavo andando a Milano e avevo fatto una sosta perché dovevo pisciare. Lui stava sulla porta, discutendo calorosamente con l'Adelina, la tizia che stava a guardia dei cessi. Era sbronzo e l'aveva scambiata per una mendicante. Non avendo spiccioli con sé, le aveva offerto metà del suo Camogli. L'Adelina (che Gino vantava di aver conosciuto biblicamente una notte di Natale nel gabbiotto del benzinaio) si era offesa da morire e lo stava minacciando di spifferare a Rita che lui aveva scritto il suo numero di targa nel bagno dei signori. Gino non poteva neppure pensare a una cosa del genere: a Rita si sarebbe spezzato il motore.
A volte pensavo che Gino fosse depositario dell'unica fondamentale verità della vita: non c'è niente che non si possa fare; ciò che conta è non far sapere che lo hai fatto.
Gino e Rita litigavano spesso, ma lui l'amava profondamente. A modo suo, Gino era un romantico. A volte sedevamo sul guardrail e guardavamo il sole tramontare, oltre le schiene fluorescenti degli operai dell'Anas che riempivano i sacchi di sale in previsione della neve. Se chiudi gli occhi e ti concentri sul rumore delle auto in corsa, diceva Gino, puoi sentire il mare. Piuttosto agitato, aggiungevo io.
Quando ancora non era obbligatorio tenere accesi i fari anche durante il giorno, a Gino piaceva il rito dell'accensione dei fanali all'imbrunire. Diceva che era come assistere a una fiaccolata. Gli chiedevo: ma tu una fiaccolata l'hai mai vista? Diceva che no, ma dev'essere sicuramente così.
Gino è morto ieri all'autogrill di Cantagallo. L'Adelina ha rivelato che il suo umore era crollato da quando le ragazze del bar gli avevano detto che il convento dei frati di Pontremoli era stato venduto al comune per costruirci un cinema multisala e che i frati si erano ritirati su un eremo nei pressi di La Spezia mettendo fine alla produzione della grappa.
Così Gino ha comprato del lubrificante di nuova generazione, si è chiuso dentro Rita e si è lasciato morire di sete. La scientifica di Pian del Voglio sostiene che in piena disidratazione abbia compiuto un ultimo sforzo e che sia morto facendo l'amore con Rita, perché l'ha trovato appeso per le pudenda al serbatoio del suo camion.
Oggi il meccanico accorso da Casalecchio per un malore di Rita le ha detto che è incinta. Rita non si è scomposta. Nel cruscotto c'era ancora una mezza bottiglia di grappa Sturoduro e un biglietto di Gino che pregava di usarla per battezzare il suo bambino.
mercoledi, 31 gennaio 2007
HANNO AMMAZZATO GINO, GINO E' VIVO
Ve lo voglio confessare: Gino era il mio amico immaginario. Non è mai esistito, se non nella mia testa. Ma nella mia testa è esistito così forte che a volte mi sembrava di vederlo veramente. Potrei descrivervi in maniera dettagliata l'odore del suo alito dolciastro, le sue mani grandi e callose, lo scintillìo d'argento che aveva nei capelli.
Quando è iniziata l'epopea della mia vita che mi portava a Milano con una certa frequenza, era confortante sapere che c'era sempre un Gino ad aspettarmi all'autogrill di Cantagallo, dove sostavo per pisciare. In quei momenti ero sola e lontana da casa e affrontavo il mondo su di un'autostrada, senza sapere verso cosa stessi andando. Così, per sentirmi più sicura, in mezzo a tutto questo ci ho piazzato il mio amico camionista, perché all'epoca ogni volta in cui aprivo bocca per parlare i miei amici facevano il segno del clacson del camion col braccio e ne simulavano il suono.
Quando si è bambini c'è un momento, nella vita di ognuno, in cui capiamo che stiamo diventando grandi. Dall'istante in cui veniamo al mondo la nostra crescita non subisce mai una sola battuta d'arresto (sebbene per certi individui possa sembrare il contrario), ma c'è un momento preciso in cui ne diventiamo consapevoli, come quando in seguito a una fitta improvvisa ci ricordiamo di avere una milza. In genere è sempre il dolore a condurci a una consapevolezza. Il motivo di tanto cinismo da parte di Madre Natura non è cosa che mi è data spiegare: è così e basta.
E' in quel momento che gli amici immaginari vengono consegnati a un'altrettanto immaginaria morte. Che forse serve anche per giustificare quel senso di tristezza che ci sentiamo bussare dentro.
Ebbene, io non ho mai avuto un amico immaginario da bambina. Perché la mia infanzia mi è sempre rimasta un po' appiccicata addosso, così il mio amico immaginario l'ho avuto che ero già bella grande e grossa e viaggiavo in autostrada, lontana da casa, senza sapere verso cosa stessi andando. E oggi che sento che sto finalmente crescendo, ho consegnato il mio amico immaginario alla sua altrettanto immaginaria morte. Così, anche per giustificare quel senso di tristezza che mi sento bussare dentro.
E adesso che Gino non c'è più, quello che ancora mi conforta è il pensiero che, esattamente come la mia mente è riuscita a crearlo una volta, potrà farlo di nuovo, innumerevoli volte. Dunque Gino non è veramente scomparso. Ogni volta che mi piacerà, potrò sostare ancora all'autogrill di Cantagallo e sentire l'odore del suo alito dolciastro, stringere le sue grandi mani callose, vedere quello scintillìo d'argento che aveva nei capelli... e dirgli che a me quella cazzo di grappa m'ha sempre fatto acidità.
Allo stesso modo so che da qualche parte, sulla riva del mare, c'è ancora un ragazzo dai lunghi occhi pensosi che siede paziente davanti ai suoi sogni. E ogni volta che mi piacerà potrò tornare da lui, sentire l'odore del suo alito dolciastro, posare la mia testa sulla sua spalla e sentirmi ancora ragazzina, con le mani tremanti e il fiato pieno di speranze... e dirgli che se ho al mondo un unico rimpianto è quello di non aver permesso ai suoi sogni di vedere mai la luce.
Perché la morte pervade la vita e la vita pervade la morte. E a volte, mentre cammino per la strada senza sapere verso cosa sto andando, spalanco le mie braccia nella brezza della sera, e sento ancora il mio amore che mi scorre sotto i palmi delle mani.
Da oggi ho un nuovo scopo nella vita: ricercare ovunque elementi che avvalorino – o smentiscano – la mia ultima teoria.
La mia teoria è che il mondo è finito nei primi anni Novanta, ma non ce ne siamo ancora accorti.
O meglio, ci convinciamo di non essercene accorti.
Negli Ottanta il mondo ha raggiunto il suo massimo splendore – come ogni impero, un attimo prima del crollo – e lì si è fermato. Più o meno in quel lasso di tempo in cui i Metallica hanno avuto quel feroce blocco creativo che li ha condotti dalla già sudata consapevolezza decadente del Black Album alla fiacca virata di Load. Che comunque a me è sempre piaciuto, ma ciò non toglie che si tratti di un chiaro segnale che i Metallica – come tutto il resto del mondo – nei primi anni Novanta sono morti.
Tutto quello che vive da allora lo fa in una sorta di delay, come quel fenomeno che ci consente di vedere ancora brillare le stelle esplose un botto di tempo fa. Una sfasatura del segnale. Qualcuno ha provato a dargli il nome di Matrix.
Ognuno di noi si muove attraverso la trama di questo segnale sfasato con la propria ultima immagine riflessa sulla retina, e in essa ha costruito il suo non-mondo attuale, per illudersi di vivere ancora. E’ per questo che non ci capiamo più, come se stessimo tutti innalzando una nuova Torre di Babele. Perché ognuno di noi vive immerso in una diversa realtà.
Tutto è in uno stato di disordine assoluto.
Ce ne accorgiamo, e perciò cerchiamo appigli, per non crollare sotto il peso della verità – che, capirete, è una tragedia. Così Dita Von Teese rispolvera il burlesque. Ozzy Osbourne diventa il protagonista di un reality show e i Metallica vestono Armani e si fanno immortalare in lussuosi portfolio come starlette del pop, segno inequivocabile che il metallo – da sempre sinonimo di emarginazione, lerciume e rivolta – è decaduto, se non viene più percepito come un’identità comune dai suoi stessi esponenti più significativi. Ma non è solo il metallo.
Perché siamo tutti morti.
Chi lo capisce si lascia finire da un’insensata non-morte, o altrettanto insensatamente non-uccide.
Lo capiscono i pitbull che sbranano i bambini, e lo capiscono i bambini sbranati dai pitbull.
Lo capiscono le madri che sgozzano i figli, per poi spararsi un proiettile in testa.
Lo capiscono le modelle che si rifiutano di mangiare.
Lo capisce quel cretino di Ratzinger che, d’un tratto, si sente in dovere di avvisarci che la vita eterna non esiste.
Lo capiamo noi, che cerchiamo di amarci e non ci riusciamo.
Lo ha capito Kurt Cobain, che si è fatto saltare le cervella.
Lo ha capito la sua camicia di flanella, ultimo stendardo stilistico del mondo alla fine della decadenza.
Perché, se ci fate caso, ogni epoca storica ha sempre avuto il suo stile preciso, in fatto di costume – sì, proprio nel senso più stretto del termine: all’alba dei tempi c’erano Adamo ed Eva – per chi ci crede – con le foglie di fico; nel medioevo c’erano quei deliziosi abitini a vita altissima che avevano il pregio di nascondere i fianchi troppo larghi di nobildonne e damigelle, e c’erano le cotte di maglia che secondo me si faceva la guerra così spesso per il gusto di indossarle; nell’Ottocento era tutto uno sfarfallar di crinoline. Ma non occorre guardare tanto indietro, basti pensare al Novecento, nel corso del quale ogni decennio ha il suo stile preciso, dagli abiti rubati al Charleston ai metallari-paninari-sorcini-ogni-volta-gli-stessicasini (perfino Jovanotti è morto lì). Fino a che non si è sentito il bisogno di ripescare uno stile dal mucchio del Ciò Che E’ Stato Prima.
Perché dopo non c’era più niente.
Così sono tornati di moda dapprima i pantaloni a zampa d’elefante, e poi gli stivali texani e adesso sulle passerelle è tutto un gran glitterare di gonne a palloncino e scaldamuscoli. L’ultima volta che ho assistito all’imposizione di uno stile è stato alle scuole medie, quando l’uniforme del tipo tosto che-ci-sta-dentro-un-sacco (dentro a cosa? all’epoca storica, ovvio) prevedeva il camicione di flanella alla Cobain e durante le lezioni si era intenti a invecchiarci con pietre pomici e forbici i jeans più grandi di almeno due taglie. Guarda caso, erano i primi anni Novanta.
In effetti, il mondo è finito col grunge.
Mio Dio, che brutta fine.
sabato, 17 febbraio 2007
DEAD WORLD WALKING/ME
Io sono morta davanti a MTV.
Anzi, mi correggo subito.
Nei primi anni Novanta MTV non esisteva ancora. Non sui canali istituzionali nostrani. Esattamente come la prematura morte di Lester Bangs lo ha risparmiato a lui, la fine del mondo ha risparmiato a tutti noi di sciropparcela. Almeno, questo è ciò che si suppone abbia detto Dio a Lester Bangs.
Io sono morta davanti a Videomusic.
Sulla mia retina c’è un grande sogno bagnato in biancoenero di Chris Isaak su una spiaggia solitaria, che gioca a minnamoro-nononminnamoro con una donna bellissima e nuda che ha una gran voglia di farsi rivoltare come la schiuma dell’onda.
Sulla mia retina c’è un Uomo – e poi Dio lo creò – plasmato in un groviglio di capelli sputacchiati ciondolando su una sedia a dondolo – e Dio piantò l’uomo in un giardino, e l’uomo per ripicca piantò la donna dove gli capitava – e mio padre se ne andava chiudendosi la porta sulle spalle per non fare più ritorno, e da allora ogni volta che un uomo mi lascia rivivo quel trauma – perdio, se proprio dovete piantare qualcosa, piantatela di essere tutti mio padre...
Punto terzo.
E poi fu la scimmietta.
La scimmietta che mi colpì sulla testa con una noce di cocco, sotto il colossale albero di cedro nel giardino di mia nonna. In verità non ho mai visto la scimmietta: naturale, perché ero già morta. Quando alzai gli occhi, indispettita, e tutto quello che non vidi era un frusciare di rami nel vento. Però l’ho sentita squittire e sparire in tutta fretta tra le fronde. Sono certa che stesse ridendo. Ovvio che stava ridendo. Che morte idiota – deve aver pensato, mentre si rituffava al di fuori del delay.
Sapete, non avrei desiderato una fine migliore di quella.Tonc! uno schiocco doloroso nel cervello – ammiocuggino, sapete, una volta è caduto dalla moto e quando gli hanno tolto il casco gli si è aperto il cranio in due. Io non lo so se il mio cranio si è aperto: dovreste chiederlo all’art director del delay che si è creato in quel momento, quello che ha visto e che ha scritto e che sa come sono andate realmente le cose, e che ride di noi guardandoci vagare attraverso l’iperspazio illudendoci di avere ancora un mondo vero sotto il culo. Chissà se quell’art director non è proprio la scimmietta. Chissà se la scimmietta non era Dio. Come vi sentireste se sapeste che la fine del mondo è dovuta a una scimmietta che lancia noci di cocco da un albero che – perdipiù – non ha niente a che fare col cocco? Non so voi, ma io non lo trovo più insensato di quanto non lo sia la vita stessa.
Mia nonna poi quel cedro lo ha abbattuto. Diceva che era troppo grande, e che faceva un sacco di sporcizia. Ma io ho una versione differente. Io credo che avesse capito.
“Poveri bambini”, disse Herb, “non fotteranno mai”.
Pensai che invece erano stati fottuti. Proseguimmo.
Una volta stavo con un tipo che mi accusava di farmi troppi castelli in aria. Un giorno mi sono rotta le palle e gli ho detto: senti, la vita prima o poi ti mostra sempre qual è la verità… dunque, fintanto che dura, tu lasciami sognare.
Quasi dieci anni fa ho visto un film, si chiamava Boys Don’t Cry. Tutto quello che ricordo, oltre che si trattava di una storia d’amore gay, è che per tutto il film la protagonista era ossessionata dall’idea di scoprire dove diavolo finisse una certa autostrada. Un giorno, si diceva. La mia, di autostrada, passava vicino alla mia casa. Non ne ero così ossessionata come lo sono diventata dopo aver visto quel film. A volte, a tarda notte, quando non riuscivo a dormire, infilavo il giubbotto sopra il pigiama e saltavo in macchina per imboccarla. Quando poi ritenevo di aver guidato abbastanza, svoltavo alla prima uscita utile e me ne tornavo indietro. Non c’era alcun mistero riguardo a quell’autostrada. Finiva a Milano: c’era tanto di cartelli a indicarlo.
Quando era più piccola, mia figlia aveva questa singolare teoria: diceva che se desideri tanto a lungo e intensamente una cosa, quella cosa poi è tua.
Il mistero non nasce da solo. Non è qualcosa che la trovi alla fine dell’arcobaleno. Non puoi comprarlo con la tua carta di credito o raccoglierlo dai rami di un albero quando arriva primavera. Puoi creare un mistero dal nulla e accudirlo e nutrirlo finché non sarà in grado di picchiare più forte di te. Puoi renderlo perfino la cosa più importante, se hai la costanza di tenere le tue mani nelle tasche. Oggi sono la ragazza che sta dietro a una porta. Cammino sulle punte degli anfibi, per non essere sentita, ingoiando i miei colpi di tosse. Raccolgo suoni schiantati, sensazioni scivolate in un fiotto di luce attraverso uno spiraglio, elementi su cui costruire mille altri misteri intersecanti. Basterebbe bussare e so che mi verrebbe aperto. Il mistero mi sfreccerebbe di fianco per guadagnare le scale, infilarsi nella notte… e chi lo riacciufferebbe più? O forse, per una volta soltanto, potrei decidere di vivere. Un giorno, mi dico.
Papi spalanca le tende e la luce inonda la stanza, ferendomi gli occhi. Mi aspetto che mi strappi le coperte di dosso ma lui non lo fa. L’ultima volta che sono stata svegliata in questo modo da qualcuno, Qualcuno mi stava strappando le coperte di dosso. Mi stava gridando di andarmene e io non avevo un posto dove stare. Gli chiesi se potevo almeno farmi una doccia. Per qualche strano motivo, il primo particolare che mi balza alla testa quando penso a quel giorno è che avevo un assorbente sbilenco infilato tra le chiappe. Non è così che vorresti essere ricordata da qualcuno che non rivedrai mai più, giusto?
Stavo facendo questo sogno, dico.
La civiltà industriale. Non posso sentirmi romantica se ho amici che mi invitano alla Giornata Della Bistecca E Del Pompino. Non posso innamorarmi di un ragazzo che si spulcia i lunghi dreadlocks sul sedile del bus. Una volta desideravo i capelli rasta: mi feci una permanente e passavo tutto il tempo a cotonare e rivoltare le ciocche come mi avevano detto di fare. Avrei potuto essere io, quel ragazzo sul bus. Chissà se avrei provato disgusto di me stessa. Chissà se avrei invitato una ragazza alla Giornata Del Pinzimonio E Del Fisting. Forse avrei pensato che fosse una cosa innocente, come De Niro in Taxi Driver che porta la sua bella in un cinema porno. Mi dev’essere sembrata una cosa carina, da fare. Perché trecento chilometri dopo ero in camera sua a guardare video di rocambole anali come non ne avevo mai neppure immaginate. E dopo lui mi disse che avrei fatto meglio a restarmene a casa, che le donne come me, che fanno quello che ho fatto, non possono aspirare al rango di fidanzate.
Nel sogno c’era una lunga tavolata e lui mi sedeva di fronte. Qualcuno stava parlando entusiasta del concerto di Gianna Nannini e io lo stroncavo senza pietà. Allora lui mi guardava e diceva con sprezzo: “Sei proprio una stronza.”
Fammi capire, dice Papi mentre cerca la sua felpa, hai sognato che lui ti insultava?
Non rispondo. Mi rivolto nel letto infettandomi delle lenzuola. L’amore è una macchia e nessuno dovrebbe sporcarcisi le mani, soprattutto prima di piazzartele in mezzo alle gambe. E’ così che si prendono le malattie.
Nel Medioevo la gente moriva per colpa di una spada. Per infezioni da taverna. Per avvelenamenti di potere. Se ci pensiamo bene, non è cambiato molto. A mia nonna il Medioevo fa orrore. Un tempo in cui le donne venivano viste come pazze visionarie o ammorbanti concubine del demonio. Mia nonna dice che lei dev’essere stata sicuramente giudicata una strega e bruciata sul rogo. A me dice che sono stata chiusa nella Vergine di Ferro. A me il Medioevo piace molto.
Uscivo per la strada. Lui mi seguiva a distanza con una strana ragazza dagli strani capelli afro. La lasciava indietro, nel buio del vialetto, a chiacchierare con mio padre sbucato da chissà dove. C'era odore di pioggia appena caduta. Mi veniva incontro e a un palmo dal mio viso iniziava a gridare con voce solenne: “perché vi cambiate? Perché avete un telefonino e un sacco di numeri nella rubrica? Lo vedi: non vi capite. Poi entrate nel negozio dell’ortolano, nella sala d’attesa del medico, parlate di sesso e all’improvviso vi capite.”
Non sono mai stata ferita mentre lottavo per qualcosa in cui credo. Non quel tipo di ferita che è possibile toccare con un dito. Le mie ferite di guerra. Una cicatrice sul ginocchio: sono inciampata mentre salivo sul bus. Una costola incrinata: ho sbattuto mentre facevo la doccia. Ieri sono caduta dalle scale. Non ho ancora avuto il tempo per misurare l’entità del danno. C’è chi ha la tendenza a buttarsi via, dicono. Io credo che sto cercando proprio di ammazzarmi.
Nel sogno le cose erano finite lì. La sua dialettica mi aveva spiazzata. Io ne ero uscita semanticamente sconfitta. Ma poi all’improvviso ho voluto cambiare le cose. L’ho guardato dritto in faccia e gli ho detto che cazzo, parli come un Messia, uno che guarda alle cose dall’alto, con distacco, ma anche tu morirai allo stesso modo in cui muoiono tutti.
La faccia di Papi sbuca dall’orlo della felpa e mi chiede: di cosa muoiono tutti?
Questa mattina ho incontrato l'uomo della mia vita: sedeva sul bus che stavo aspettando. Era lui, lo capivo perché mi fissava attraverso il finestrino. Lo capivo dalla sua giacca a vento a scacchi col cappuccio sulla testa. Dal modo in cui fingeva di interessarsi a quella merda di quotidiano gratuito che cercano di ficcarti in bocca a ogni fermata.
Atto primo: in cui ella finge di non essere interessata a lui.
Iniziano sempre così, tutte quante le mie storie. Con una giacca a vento che cerca di darsi un contegno, ma non riesce a distogliere lo sguardo.
Atto secondo: in cui egli finge di non essere interessato a lei.
Ho guardato alla mia sigaretta appena accesa con un po' di rimpianto. Iniziano sempre così, tutte quante le mie storie. Con qualcosa di mio che è appena cominciato e di cui devo sbarazzarmi in tutta fretta, nell'ansia di perdere la corsa.
Atto terzo: in cui tutto va come ella aveva previsto.
Era lui, lo so. Come lo era ogni uomo che ho creduto o cercato di amare. Sarebbe stato perfetto, come lo è stato ogni volta. Sarebbe stato terribilmente melodrammatico, come lo è stato ogni volta. Ma ho deciso che oggi volevo regalarmi del tempo, per finire la mia sigaretta. L'ho lasciato partire, continuando a fissarmi, con un po' di rimpianto. Forse iniziano sempre così, tutte quante le sue storie. Con qualcosa di noi che non è mai cominciato, nell'ansia di perdere la corsa. Probabilmente, gli ho fatto un favore.
Di bus è pieno il mondo, di uomini pure, e io voglio aspettare una storia diversa. Questa è libertà.
Qual è l’anello di congiunzione tra l’esigenza di mantenere i propri spazi, mentali e materiali, e il desiderio di avere sempre tutto e subito? Ve lo dico io qual è. Un esaurimento nervoso. Non dovete temerlo: fa fico. Così come fa fico sgusciare con la punta del dito sulla rondella del vostro scintillante iPod, mentre il farmacista vi invita ad andare al bar all’angolo a prendervi un caffè.
“Ma le pare che abbia bisogno di un caffè?” sbraita il mio fascio di nervi.
Il farmacista mi fissa, serafico.
“Il medicinale che ha richiesto è in preparazione" mi dice. "La stavo invitando a riempire l’attesa.”
Lo inviterei ad andarsene a Fanculo ma capisco che non sono nella posizione per farlo. C’è il mio karma in agguato, là fuori. Vado a comprarmi del tè verde. A scopo depurativo, perché l’esaurimento nervoso mi ha causato uno sfogo cutaneo che ha reso il mio viso la copia sputata di una pizza coi wurstel. Pazzesco. Non ho mai avuto l’acne neanche a tredici anni. Sono in ritardo perfino con lo sviluppo.
Comincio a chiedermi quanto tempo impiegherò per arrivare.
Comincio a chiedermi dov’è che alla fine dovrei arrivare.
Comincio a chiedermi: in fondo, l’orario... qual è?
Mi chiedo perché mi sto chiedendo tutto questo.
Mi chiedo se una doppia domanda si annulli in se stessa alla stregua di una doppia negazione.
Mi chiedo: ma che diavolo mi sto domandando?
Rimetto gli auricolari al loro posto. Rimetto la musica al suo posto. Rimetto le cose al loro posto. La stazione. Sono ancora alla stazione. Il mio istinto mi spinge a ricordare che qua sotto c’è il mio negozio di dischi. Il mio commesso che mi incrocia sorridendo. Nel senso di chiodi e paletti e bum bum, ma tranquilla che tanto il terzo giorno risorgi. Penso, perfetto, tra tre giorni è venerdì. Giusto in tempo per il fine settimana.
Comincio a pensare che forse il posto delle cose è la stazione. Comincio a pensare che forse il posto della musica è la stazione. Comincio a pensare che forse il mio posto è sempre stato la stazione.
Lo pensa anche il pullman, che difatti è in ritardo. La musica no, quella ha sempre un tempismo perfetto. Sto notando che quando hai in circolo la musica giusta il mondo attorno sparisce. Ma poi c’è sempre qualcuno che ti strappa alla tua sonnolenza e ti ricorda che esiste una sorta di comune realtà. Mi sta rivolgendo un gesto inequivocabile.
“Vuoi una sigaretta?” gli chiedo.
Annuisce. Il tizio ha l’aria di portare malissimo i suoi quarant’anni, o giù di lì. Mi sfilo un auricolare per sentire la risposta.
“Io non fumo” è ciò che sento.
Prende la mia sigaretta. Gliel’accendo. Indica la custodia scura di una chitarra alle sue spalle, affidata alla panchina.
“Io suono” prosegue. “Non ho mai fumato.”
Lo dice così. Come se le due cose si escludessero a vicenda.
“E come mai adesso hai deciso di farlo?” gli chiedo.
Scrolla le spalle.
“Il destino.”
Tutto qui.
Il destino.
Penso che in tutta probabilità siamo le sole anime rimaste che ancora credono al destino.
Penso che non ho la più pallida idea di cosa significhi essere un’anima.
Penso che ho voglia di una sigaretta e così me la chiedo.
A volte è tutto così semplice: basta farsi la domanda giusta. Basta prendere un posto sul pullman vicino al finestrino e srotolare la pellicola che avvolge un nuovo disco. L’emozione di sfogliarne il booklet, ogni volta come se fosse la prima. Mi chiedo se ci saranno scritti i testi all’interno. Mi chiedo sempre se ci sono scritti i testi all’interno. Quando non ci sono mi sento ferita, come un bimbo deluso dal suo regalo di Natale. Quando non ho le parole mi sento incompleta. Alla mia anima manca qualcosa. Ma io non lo so cos’è l’anima, so solo che non è, e Parmenide diceva che pensare il non essere equivale a non pensare. Dunque a quel qualcosa a cui non sto pensando manca qualcosa. E se non la sto pensando quella cosa non esiste, dunque chi se ne frega se le manca qualcosa? D’altra parte, in quanto non esistente si suppone che le manchi proprio tutto. Parmenide mi ha sempre convinta.
Poi però le parole arrivano da fuori. Una donna sta gridando, da qualche parte, dietro il pullman che aspetta di partire. Dice “lasciami stare” e poi “aiutami” e poi ancora “lasciami stare.” Penso che tutto il mondo sta desiderando una cosa soltanto. Penso che sono stanca e che voglio andare a casa. Penso al mio nuovo disco e penso che con l’iPod non lo posso ascoltare. Penso che la tecnologia ci dà qualcosa in più e ci toglie qualcos’altro. Nessuno dà niente in cambio di niente. Una doppia negazione e dunque si annulla. Nessuno dà in cambio di. Capirete: non ha senso. D’altra parte niente nel mondo mi sembra oggi avere un senso. Il destino, forse? Quell’uomo con la sua chitarra?
Penso che avrei potuto imparare a suonare la chitarra e vivere per lei.Senza bere né mangiare né dormire né fumare. Senza un uomo né una casa a cui tornare. Perché io, sapete, io suono. Ed è una cosa, il suonare, che esclude tutto il resto. Ma ho provato a suonare il sassofono, una volta, e mi sono incagliata sul Bolero di Ravel. Un anno di esercizi su un fottutissimo gilet e poi mi sono ricordata che volevo una chitarra. Mi sono procurata un iPod e ho lasciato che suonasse al posto mio. E mi chiedo se è per l’iPod che adesso sto vivendo. La risposta mi trafigge con orrore. Nel senso di chiodi e paletti e bum bum, ma tranquilla che il Giorno del Giudizio si sta approssimando. Spengo l’iPod e lo infilo nel taschino del giubbotto.Lasciami stare, penso. Aiutami, penso.
E’ soltanto un esaurimento nervoso.
Non dovete temerlo: fa fico.